In America con Dickens - Copia - Graziella Martina - In viaggio con gli scrittori

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Livello 1

DI VIAGGI E DI MARE
Ed. Magenes  Gennaio 2010

Lo ‘spirito vagabondo’ di Dickens lo ha portato a viaggiare in continuazione. Si è recato due volte negli Stati Uniti, la prima volta per sei mesi, spostandosi da New York a Filadelfia, a Boston, negli Stati del Sud, lungo il Mississipi, verso le cascate del Niagara...
Ha visitato ripetutamente Parigi - almeno una quindicina di volte - il sud della Francia, l’Italia... E, più vicino a casa, ha viaggiato nel Galles e in Scozia... Per lui viaggiare era un grande divertimento. Non andava nei musei, non cercava il pittoresco, era interessato a osservare la quotidianità, l’organizzazione sociale, gli stili di vita diversi da quello inglese. Poi, con grande ironia, a volte in modo satirico, raccontava le diverse realtà che incontrava man mano. Il risultato è che i suoi libri di viaggio sono molto di più di semplici racconti di osservazioni fatte di e di impressioni ricevute.


"...Mi sono riletto d'un fiato Dickens nella sua traduzione e ho apprezzato molto la cura dei termini nautici! E` davvero un bel testo. Complimenti per l'ottimo lavoro!..."

                           dott. Maurizio Eliseo, scrittore ed esperto di storia della navigazione


"...Mi preme rimarcare la grande fluidità riscontrata nell'uso del linguaggio marinaresco, che ha contribuito non poco a farmi appassionare alle storie narrate da Dickens.
Sin dalle pagine iniziali ho capito di trovarmi di fronte a una singolare esperienza sensoriale, confezionata con maestria da un autore (eh sì che stiamo parlando di Charles Dickens!) capace di accompagnare il lettore attraverso un ambiente ostile, quale può essere quello all'interno di una nave, che  costituisce una novità rispetto alla solita uscita in carrozza per le strade di Londra, un ambiente in cui possiamo assaporare gli schizzi di spuma salmastra sul viso, provocati dalla traversata dell'Atlantico, sentirci male quando sballottati da una parte all'altra dalla furia delle onde, godere della compagnia di perfetti estranei, il cui pregio è quello di essere lì, non importa se bizzarri o ordinari, e per questo degni di essere raccontati.

Ma il viaggio è solo cominciato... <Continua>


In viaggio con Dickens

nell'America del 1842




(Dal testo)

La traversata

Forse la descrizione che Dickens fa di Boston e della sua popolazione è, almeno in parte attuale...

"...Quella domenica mattina l’aria era così limpida, le case così allegre e luminose, i colori delle insegne così sgargianti, le iscrizioni così brillantemente dorate, i mattoni così rossi, le pietre così bianche, le persiane e i recinti così verdi, le maniglie e le targhe delle porte così scintillanti e l’apparenza di ogni cosa così aerea e immateriale, che ogni punto della città avrebbe potuto essere scambiato per il fondale di una pantomima. E’ raro che nelle strade commerciali i negozianti – se posso permettermi di chiamarli così in un paese dove sono tutti mercanti – abitino sopra la propria bottega, così una sola casa ospita spesso molti mestieri e la facciata è coperta di insegne e di scritte dall’alto in basso. Mentre camminavo, non smettevo di gettare uno sguardo alle scritte, aspettando fiducioso di vederne qualcuna trasformarsi. Non potevo impedirmi di cercare Buffone e Pantalone a ogni angolo di strada, perché non avevo dubbi che essi si nascondessero in un ingresso o dietro a una vicina colonna. Quanto ad Arlecchino e a Colombina, che nelle pantomime vengono sempre mostrati nell’atto di cercar casa 12), ho scoperto immediatamente dove abitavano: in una piccola bottega di orologiaio accanto all’hotel, la cui facciata piena di simboli e di meccanismi aveva anche un grosso quadrante attraverso cui si passava.  
   I quartieri periferici avevano, se possibile, un aspetto ancora più immateriale del centro. Le case di legno, sparpagliate in ogni direzione e apparentemente prive di fondamenta, erano talmente bianche da far strizzare gli occhi. Le chiesette e le cappelle erano talmente linde, allegre e ben verniciate da farmi pensare ai giochi di costruzioni dei bambini, da smontare e riporre in una scatola.
   Credo che nessuno straniero possa restare insensibile alla bellezza di questa città. La maggior parte delle case sono ampie ed eleganti, i negozi sono eccellenti, gli edifici pubblici armoniosi. Il Palazzo del Governo è costruito in cima a una collina posta in riva all’acqua, che ha un pendio prima dolce poi ripido. Di fronte c’è uno spazio verde chiamato Common. Il posto è incantevole e offre uno splendido panorama sulla città e sui suoi dintorni. Oltre a vari uffici spaziosi, il palazzo ospita due bei saloni: in uno si tengono le assemblee della Camera dei Rappresentanti, nell’altro quelle dei Senatori. Ho constatato che i dibattiti che vi si svolgono hanno una tale solennità e un tale decoro da ispirare attenzione e rispetto.
  La raffinatezza intellettuale e la superiorità di Boston sono senza dubbio dovute all’influenza discreta esercitata dall’università di Cambridge, distante tre o quattro miglia. I suoi professori, eruditi e competenti in diverse discipline – non vi sono eccezioni a questa regola – sarebbero una provvidenza e un onore per qualunque società del mondo civile. L’élite colta di Boston e dintorni – e aggiungo, senza tema di sbagliarmi, la grande maggioranza di chi esercita una professione liberale – si è formata in questa scuola. Le università americane hanno forse dei difetti, ma non diffondono pregiudizi, non allevano bigotti, non smuovono le ceneri di vecchie superstizioni, non frappongono ostacoli alla realizzazione dell’individuo, non escludono alcuno per le sue convinzioni religiose e, soprattutto, non trascurano il vasto mondo che si estende al di là delle loro mura.
  Per me era una fonte di piacere ineffabile osservare l’influenza quasi impercettibile, ma reale, di questa istituzione sulla piccola comunità di Boston e notare i desideri e le inclinazioni umanitarie a cui essa ha dato origine, le amicizie affettuose che ha suscitato, le vanità e i pregiudizi che ha dissipato. Il vitello d’oro adorato a Boston è un pigmeo a confronto dei colossi eretti in altre parti di questo vasto ufficio di contabilità situato sull’altra sponda dell’Atlantico. Il dollaro onnipotente, sperduto in un grande Panteon di dèi migliori, è ridotto a dimensioni più modeste.
  Ho la sincera convinzione che la saggezza, la benevolenza, l’umanità presenti in questa capitale del Massachussets abbiano creato istituzioni pubbliche e di carità pressoché perfette. In tutta la vita non avevo mai provato una emozione come quella procuratami dalla visita a questi istituti, dove, pur nella penuria e afflizione, ho contemplato la felicità..."



Ma sentite quello che dice di Broadway

New York

"…Attraversiamo qui, facendo attenzione ai maiali. Due scrofe corpulente seguono una vettura al piccolo trotto, mentre una formazione di una mezza dozzina di porcellini perbene ha appena svoltato l'angolo.
   Un suino solitario torna tranquillamente a casa. Ha un orecchio solo, l'altro l'ha abbandonato ai cani randagi in una delle sue escursioni in città, ma non ne sente la mancanza. Conduce un'esistenza errante da gentiluomo, che in qualche modo somiglia a quella dei frequentatori dei club di casa nostra. Egli lascia il suo quartiere tutte le mattine a una certa ora e si inoltra nella città, passando la giornata in modo soddisfacente. Ricompare sulla soglia di casa la sera, come il misterioso padrone di Gil Blas 24). E' disinvolto e spensierato e ha un'ampia cerchia di relazioni fra i suoi simili dallo stesso carattere, che conosce soprattutto di vista, dato che raramente si prende la briga di fermarsi a scambiare un saluto con loro. Preferisce costeggiare il canale di scolo grugnendo e tirando su con il muso le notizie e i pettegolezzi provenienti dalla città sotto

forma di torsoli di cavolo e di rifiuti. Come compagnia, ammette solo la propria coda, un mozzicone lasciatogli dai cani, suoi vecchi nemici. E' in tutto e per tutto un porco repubblicano, che va dove ha voglia di andare e si mescola con la migliore società su di un piede di parità, se non di superiorità, tanto è vero che tutti gli cedono il passo appena compare e i più alteri gli lasciano la parte interna del marciapiede, se è questo il suo desiderio. E' un grande filosofo e raramente si emoziona, salvo che alla vista dei cani. A volte gli luccicano gli occhi davanti alla carcassa di un amico appesa alla porta di una macelleria, ma poi grugnisce pensando: "Così è la vita, tutta la carne è porco!" e si avvia dondolando lungo il rigagnolo con il muso nel fango, consolandosi all'idea che quello è pur sempre un grugno di meno alla ricerca di torsoli di cavolo. Questi maiali dal dorso bruno e magro come il coperchio delle vecchie valigie di crine, pieno di macchie scure, dall'aspetto malsano, dalle zampe lunghe e macilente e dal grugno così aguzzo che, supponendo di poterne persuadere uno a farsi fare uno schizzo di profilo, sarebbe impossibile riconoscervi un porco, sono i netturbini municipali. Nessuno se ne prende cura, nessuno li nutre, li guida o li cattura. Sono abbandonati a se stessi sin dalla più tenera età e quindi diventano straordinariamente furbi. Conoscono il proprio ambiente meglio di chiunque altro e, quando viene la sera, li si vede rientrare a dozzine, mentre mangiano fino all'ultimo momento. Capita che un individuo giovane, reduce da una grande abbuffata o tormentato dai cani, torni trotterellando timorosamente, come un figliol prodigo, ma non è una cosa comune. I loro attributi principali sono un perfetto autocontrollo, la fiducia in se stessi e un incrollabile sangue freddo…"


Le cascate del Niagara

   "Alle otto di sera siamo giunti alla città di Erie, dove abbiamo sostato per un'ora, prima di proseguire per Buffalo, dove siamo arrivati fra le cinque e le sei del mattino e dove abbiamo fatto colazione. Ormai le cascate erano troppo vicine per attendere  ancora e alle nove siamo saliti sul treno con destinazione Niagara.
   Era una giornata triste e fredda, con una nebbiolina che rendeva umida l'aria. Gli alberi di quella contrada settentrionale erano lugubri e spogli. Ogni volta che il treno si fermava, io tendevo l'orecchio in attesa di un rombo sordo e scrutavo l'orizzonte dalla parte del fiume dove sapevo che dovevano esserci le cascate. Mi aspettavo a ogni istante di vederne gli spruzzi. Qualche minuto prima dell'arrivo ho visto due grandi nubi bianche salire lentamente e maestosamente dalle profondità della terra. Nient'altro. Soltanto quando siamo scesi ho percepito, per la prima volta, il movimento possente delle acque e ho sentito il suolo tremare sotto i piedi.
   La riva scoscesa del fiume era resa scivolosa dalla pioggia e dal ghiaccio, che cominciava a fondere. Non so in che modo sono sceso, ma ben presto mi sono ritrovato in basso, assordato dal rombo e quasi accecato dagli spruzzi, bagnato fino alle ossa. Mentre scalavo le rocce, mi hanno raggiunto due ufficiali inglesi, che venivano dall'altra riva. Ci trovavamo ai piedi della cascata dal lato americano. Vedevo un enorme torrente d'acqua gettarsi nell'abisso, ma non avevo nozione della sua forma o posizione, solo un vago senso di immensità.
   Ho cominciato a farmi un'idea delle sue dimensioni solo quando abbiamo attraversato il fiume ingrossato a bordo di un piccolo traghetto, a monte delle due cateratte. Ero come attonito, incapace di abbracciare l'immensità del paesaggio. Ho dovuto aspettare di mettere piede sulla roccia chiamata Table Rock perché la caduta d'acqua di un verde intenso mi apparisse - Signore Iddio!- in tutta la sua potenza e maestà.
   Quando ho sentito quanto mi trovassi vicino al Creatore, il primo effetto vivo - immediato e duraturo allo stesso tempo - di quel formidabile spettacolo è stato un sentimento di pace. Serenità, quiete, tranquillo ricordo degli scomparsi, meditazione sul riposo eterno e sulla felicità: niente che si apparentasse alla tristezza o alla paura. Il Niagara ha impresso nel mio cuore un'immagine di bellezza, che resterà immutabile e indelebile fino a quando i suoi battiti saranno cessati per sempre.
   Nel corso dei dieci giorni memorabili che abbiamo passato in questo
luogo incantevole, le vicissitudini della vita quotidiana si sono dileguate dal mio spirito e sono sfumate in lontananza. Quante voci mi hanno parlato nel fragore delle acque, quanti visi ormai scomparsi mi hanno guardato nello scintillio delle loro profondità, quante promessa celestiale splendeva in quelle lacrime angeliche, goccioline iridate che ricadevano sotto forma di pioggia e che si combinavano in splendidi arcobaleni cangianti!
   In tutto quel tempo non ho mai abbandonato la costa canadese, dove mi ero recato sin dall'inizio. Non ho attraversato il fiume, perché sapevo che sull'altra sponda c'erano delle persone e in luoghi simili non si cerca di avere rapporti con estranei. Per essere felice mi bastava vagare tutto il giorno, per abbracciare le cascate da tutti i punti possibili; fermarmi ai bordi della grande cascata Horse-Shoe, dove la massa d'acqua accelerava avvicinandosi al dirupo per arrestarsi un attimo prima di gettarsi nell'abisso; scendere al livello del fiume per vedere dal basso l'abbattersi della cataratta; arrampicarmi sulle alture circostanti e contemplarla attraverso gli alberi; vedere il corso d'acqua ribollire nelle rapide e lanciarsi verso il suo spaventoso tuffo; attardarmi all'ombra delle rocce ieratiche, tre miglia più a valle; osservare il fiume che, rimescolato da una causa invisibile, si sollevava, turbinava e risvegliava mille eco sotto la superficie, lontano dal suo salto da gigante. Avere il Niagara davanti a me, illuminato dal sole e dalla luna, rosso al finire del giorno e grigio quando la sera scendeva su di esso lentamente; averlo ogni giorno davanti agli occhi come paesaggio e svegliarmi la notte al suono della sua voce incessante e dirmi che queste acque avrebbero continuato a scorrere, precipitare, rombare e inabissarsi in tutte le stagioni e che le stesse iridescenze dell'arcobaleno avrebbero continuato a ricoprirle cento piedi più in basso. Quando il sole vi si posava sopra, esse brillavano come oro colato. Quando il cielo era coperto, le si sarebbe credute una valanga di neve o una grande collina di gesso in atto di franare o ancora una spessa fumata bianca che ricoprisse la roccia.
   Il torrente sembrava perennemente morire precipitando nel vuoto e sempre, dalla sua profondità insondabile, risorgeva quel tremendo fantasma di nebbia spumosa che non si posava mai, che ha oppresso questo posto con la stessa terribile solennità da quando l'Oscurità incombeva sull'abisso e alla parola di Dio irruppe nel Creato la Luce, la prima inondazione prima del Diluvio."

                                                           


 
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