In America con Dickens - Graziella Martina - In viaggio con gli scrittori

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Introduzione

In viaggio fra il vecchio e il nuovo mondo






“Ho preso la decisione di andare in America, Dio permettendo, e di partire subito dopo Natale” scrive Dickens al suo editore, sottolineando ogni parola due volte. Effettua il viaggio, che ha la durata di sei mesi, fra il gennaio e il giugno del 1842 sul battello a vapore Britannia. L’itinerario sul continente comincia da Boston, prosegue per New York, Filadelfia, Washington e gli Stati del Sud, per risalire poi lungo il Mississippi e terminare alle cascate del Niagara. Proprio in questo periodo, la ferrovia sta per mettere fine ai viaggi in diligenza. I coaching days volgono al termine e Dickens, la cui giovinezza appartiene ai giorni ‘prelocomotiva’, è uno degli ultimi cantori di questo modo di viaggiare, delle stazioni di posta, delle locande, in una parola del jolly faring, come lo chiama lui - l’attraversare i paesi in allegria - a dispetto del gelo, della pioggia e della mancanza di comodità. E la ferrovia è strettamente collegata alla navigazione. I treni portano i passeggeri e le merci sulle rive dei fiumi e dei laghi, da dove vengono fatti proseguire sui battelli a vapore. Quando Dickens visita gli Stati Uniti sono in servizio circa 1500 di questi mezzi di trasporto, oggi completamente scomparsi. 1) Le strutture di legno li rendono pericolosi per gli incendi, per non parlare del rischio di esplosioni. Sono passati quasi quarant’anni da quando Robert Fulton, nato in Pensilvania da genitori irlandesi, ha fatto navigare il primo battello a vapore, il Clermont, sul fiume Hudson - lo aveva fatto anche quattro anni prima sulla Senna, ma i francesi non avevano riconosciuto i suoi meriti - collegando New York con Albany. Sono state necessarie 32 ore per coprire la distanza di 150 miglia, 6 volte di meno di quelle che occorrevano navigando a vela. Tuttavia, si è ben lontani dalla garanzia di totale affidabilità. Inoltre, i battelli sono molto spartani, con dormitori comuni che sembrano, come dice lo scrittore, “gli scaffali di una libreria”.

Il piroscafo a ruote Britannia sul quale viaggia Dickens è il primo costruito per la British and North American Royal Mail Steam Racket Company, diventata poi Cunard Steamship Company, per trasportare la posta dalla Gran Bretagna all’America. Lungo circa settanta metri, è fatto di legno, essenzialmente di quercia. È stato varato il 5 febbraio 1840 sul Clyde, a Greenock. Insieme ad altri tre, uguali, fa servizio postale mensile da Liverpool ad Halifax e a Boston, sovvenzionato dal British Post Office. Ha tre alberi e due ponti e l’equipaggio è formato da una novantina di uomini fra ufficiali e marinai. La cosa che a noi oggi sembra curiosa, ma che all’epoca era assolutamente comune, è la ‘stalla’, dove viene tenuto un certo numero di mucche per avere il latte fresco e anche la carne. A bordo, infatti, oltre al panettiere, al pasticciere, ai cuochi, c’è anche un macellaio. La stiva ha una capienza di 225 tonnellate e per i passeggeri, oltre alla sala ristorante, ci sono 115 cabine. Il Britannia lascia Liverpool per la prima traversata dell’Atlantico il 4 luglio 1840, due anni prima del viaggio dello scrittore. Su un giornale dell’epoca si legge che “la bella imbarcazione è talmente grande che è stato necessario vararla al centro del fiume Mersey e portare i passeggeri a bordo con una nave ausiliaria”. La nave arriva ad Halifax 11 giorni dopo, con una velocità media di 10 nodi, un record che fa vincere alla nave una decorazione. Due anni dopo il viaggio di Dickens il porto di Boston è ghiacciato e il Britannia rimane imprigionato, ma gli abitanti della città fanno aprire un varco a proprie spese, tagliando il ghiaccio. Il piroscafo attraverserà l’Atlantico per 40 volte, prima di essere venduto al governo tedesco nel 1849 ed essere trasformato in nave da guerra. Il primo transatlantico americano è costruito nel 1847 per la Ocean Steam Navigation , che fa servizio fra New York, Southampton e Brema. Più pesante delle navi britanniche, è anche più lento. Nel 1847, lascia il porto di New York lo stesso giorno in cui il Britannia lascia Boston, ma arriva due giorni dopo. Nel 1867 viene venduto per fare servizio nel Pacifico.

Andando nel nuovo mondo, Dickens si propone di dimenticare quello vecchio con i suoi usi e costumi. Soprattutto, non vuole fare paragoni. Dell’America gli interessa la social scene: i politici, le convenzioni sociali, la mancanza di gerarchie, l’importanza data al denaro da cui si fa derivare il prestigio, il dubbio uso di titoli militari. Le domande importune, la sconcertante invadenza e l’eccessiva familiarità degli Americani nei confronti dei visitatori, la voracità nel mangiare e nel bere, la mancanza di good manners lo rendono insofferente. Mette in relazione le eccentricità degli individui – non ultima quella di masticare tabacco e di sputare ovunque - con un’atmosfera generale in cui esse sembrano inevitabili. Porta avanti con umorismo la sua investigazione delle ipocrisie, delle vanità, della corruzione e delle distorsioni a cui i cittadini di quel paese sono soggetti.
Niente di quello che vede risponde alle sue aspettative. Pensava di visitare il paese della giustizia, dell’uguaglianza, della democrazia e scopre una società violenta, avida, conformista, che pratica lo schiavismo, contro cui egli si scaglia in una vera e propria crociata.
Viene accusato di essere un commercial traveller perché durante il suo viaggio torna a più riprese sulla legge del copyright, i diritti d’autore che gli Americani non pagano. “Non è forse una cosa orribile che in America i librai si arricchiscano nello stampare libri dalla cui pubblicazione gli autori non intascano neanche un penny? E che giornali volgari e detestabili possano pubblicare i loro testi accanto ad articoli rozzi e osceni? Che razza di ladri sono!” scrive Dickens a un amico, aggiungendo che, più di una volta, nel corso di banchetti dati in suo onore, ha cacciato in gola agli invitati queste affermazioni. Viene accusato di essere un ingrato e la pubblicazione del suo diario di viaggio, con le critiche alla società americana, scatena un putiferio. Ma nella postfazione l’autore scrive: “Decideranno i lettori se ho gettato sospetti sulle diverse influenze che dominano il paese e sulle tendenze che lo guidano ovvero se le ho inventate di sana pianta, se la vita pubblica, la politica interna e quella estera confermano la realtà di queste influenze e tendenze e se c’è del vero nella mia testimonianza. Non ho pregiudizi verso gli Stati Uniti, se non favorevoli.
Non ho verso l’America malanimo, freddezza o animosità. Vi porto un grande interesse e vi conto un gran numero di amici.”

Il 22 gennaio, un sabato sera, Dickens arriva nell’anglofila Boston, dove riceve un’accoglienza trionfale. Le folle lo seguono, non ha un momento di intimità e di solitudine, quasi neanche nella stanza d’albergo. È festeggiato nei teatri, vengono dati balli in suo onore. Il 1 febbraio c’è una grande cena pubblica, lo scrittore è esausto e felice allo stesso tempo. Un giornalista del Worcester Egis lo descrive così: “Indossa una redingote marrone, un panciotto rosso piuttosto vistoso, un fazzoletto da collo fantasia fermato da una spilla, che forma pieghe voluttuose e nasconde il colletto della camicia. Porta una doppia catena d’oro per l’orologio e un pesante cappotto di pelle di orso o di bufalo, che susciterebbe l’ammirazione di un cacciatore del Kentucky. I suoi capelli, lunghi e scuri, dall’attaccatura bassa, sono ondulati e ricadono in boccoli ai lati della testa. Il naso è leggermente aquilino e tutti i lineamenti sono ben proporzionati. Ha un aspetto vivace e cordiale e il suo viso si illumina quando ride. E’ un uomo come se ne incontrano tanti a teatro e nei luoghi pubblici, più che non nella solitudine di uno studio. Sembra amare la mondanità e voler assistere di persona alle scene di vita, da cui trae divertimento, per descriverle poi con forza e precisione nei suoi libri…”.
Il 5 febbraio Dickens parte per Worcester e Springfield. Naviga sul fiume Connecticut fino a Hartford e a New Haven, quindi, finalmente, arriva a New York.
Anche qui sono numerose le feste e le cene in suo onore. Ecco come viene descritta sull’Evening Post una cerimonia al Carlton Hotel: “La festa è stata fra le più sfarzose date in questa città. La ricchezza delle decorazioni, lo splendore degli abiti, l’immensa folla sfavillante di sete e di gioielli contribuivano alla solennità dell’occasione. Si calcola che fossero presenti circa tremila persone, tutte riccamente abbigliate, brillanti e animate. E’ stata dedicata una grande cura alla decorazione del salone. I corridoi, gli
ingressi, i saloni e i palchi erano ornati con ghirlande, corone, ritratti e statue; le colonne erano addobbate di festoni e di eleganti drappeggi. Una fila di sedie era decorata con stelle d’argento e con una serie di medaglioni rappresentanti i lavori dell’insigne ospite della serata. Ma l’ornamento centrale era il ritratto del signor Dickens sormontato dalla raffigurazione di un’aquila reggente una corona d’alloro. Nell’intervallo delle danze, il sipario dipinto come il frontespizio del Circolo Pickwick, veniva alzato al suono di un gong e si vedevano gli attori in pose da quadri viventi, descrittivi di alcuni passaggi famosi delle opere di Dickens, fra i quali i personaggi del Pickwick Club e di Oliver Twist. I tavoli erano decorati con eleganza e sontuosamente imbanditi con tutte le prelibatezze della stagione.”

Lo scrittore lascia New York domenica 6 marzo 1842, diretto a Filadelfia. Oggi, chi si deve recare da New York a Filadelfia va alla stazione ferroviaria posta al centro della metropoli, sale su di un treno che lo porta attraverso un tunnel sotto al fiume Hudson e in due ore arriva a Filadelfia. Lo scrittore, invece, deve servirsi del treno e di un traghetto e impiega circa sei ore a coprire il tragitto. Una curiosità: è l’unica volta in cui lo scrittore non cita l’hotel in cui ha soggiornato a Filadelfia, lo United States, posto su Chestnut Street.
Su tutti quelli delle altre città visitate ha qualche commento da fare: sono buoni, cattivi, mediocri. E da una lettera di lamentele scritta a un amico si deduce la ragione dell’omissione: il proprietario dell’albergo gli ha fatto pagare il conto per il periodo prenotato, non per quello, più breve, del soggiorno effettivo, dato che, a causa di una indisposizione della moglie, aveva dovuto ritardare di una settimana la partenza da New York.
Mercoledì 9 marzo, Dickens lascia Filadelfia per Washington. Effettua la prima parte del viaggio in battello a vapore lungo il fiume Delaware, fino a Wilmington. Poi prende il treno fino al fiume Susquehanna e arriva di fronte ad Havre de Grace, nel Maryland. Qui attraversa il fiume in traghetto e continua il viaggio in treno. Si ferma a Baltimora solo per il pranzo e arriva a Washington la sera. Del soggiorno di Dickens nella capitale i giornali riportano le sue visite alle camere dei Rappresentanti e dei Senatori, dove assiste alle sessioni e ai dibattiti. Fra gli inviti a cena dei vari onorevoli, egli accetta anche quello di un certo John Taliaferro.
Alle 4 di mattina di giovedì 16 marzo, il battello su cui Dickens è salito la sera prima salpa da Washington, solcando il fiume Potomac. A Potomac Creeek c’è la diligenza che lo porta a Fredericksburg, in Virginia. Come al solito, Dickens si è assicurato il posto che preferisce, a cassetta, accanto al conducente. Le strade, impraticabili al di là di ogni descrizione, lo costringono a cambiare sette carrozze. Ma i conducenti possiedono una grande abilità e procedono senza incidenti. A Fredericksburg, Dickens e la moglie prendono il treno per Richmond. Attraversano campagne squallide e solitarie, piantagioni abbandonate, capanne marcescenti e terreni sterili.
Richmond è il punto più a sud raggiunto nel viaggio. Qui Dickens visita le piantagioni di tabacco e le fabbriche per la sua lavorazione, dove gli mostrano “schiavi allegri, che cantano durante il lavoro”. Ma cercare di ingannare quest’uomo amico dell’umanità, che loda ciò che è degno di lode, ma che non è disposto ad avallare ingiustizie ed immoralità, specialmente la schiavitù, è uno sforzo inutile.

Da Richmond, domenica 20 marzo Dickens torna a Baltimora, via Washington, e alle 6.30 del pomeriggio è ad Harrisburg. In un suo divertente resoconto, un giudice di Filadelfia racconta che, giunto davanti al Buelher Hotel, dove Dickens aveva pernottato la notte precedente, ha visto una grande folla in attesa di dare un’occhiata a quell’uomo famoso. Il giudice cerca di evitare la calca e, anche se mancano molte ore alla partenza, si dirige al battello ormeggiato sul canale. In una cabina, in compagnia di un suo vecchio amico, ci sono un gentiluomo e una signora, che gli vengono presentati come Charles Dickens e consorte, anch’essi saliti a bordo in anticipo per sfuggire le attenzioni della folla. Il giudice chiede a Dickens un autografo per la propria figlia e lo scrittore acconsente, ma scrive il suo nome in alto, vicino al margine del foglio, spiegando al richiedente, stupefatto, di non aver lasciato uno spazio bianco sopra al nome per evitare che qualche estraneo possa scrivervi una nota di accredito o un buono di prelievo.
“Nel West, Dickens non è stato coperto dagli stessi stucchevoli elogi avuti nell’Est, ma il suo genio viene ammirato nello stesso modo e siamo preparati ad accoglierlo con atteggiamenti altrettanto amichevoli e cuore caloroso” scrive un giornalista del Pittsburgh Chronicle. “Qui – aggiunge - gli è stato permesso di vederci come siamo. Molti cittadini che hanno amato le sue storie sono deliziati di conoscerlo e non dubitano che egli preferisca l’ospitalità più tranquilla di Pittsburgh, anche senza Balli di Boz o Gnome Fly per dargli il benvenuto.”
Alla signora Dickens, che afferma di considerare straordinario il paese che sta visitando e di apprezzarlo molto, un procuratore di Pittsburgh dice che probabilmente lo apprezzerà di più quando avrà modo di ammirarne la vastità navigando sui fiumi Ohio e Mississippi. La risposta di Kate è di sperare di non essere troppo nervosa e allarmata per il rischio di esplosioni delle caldaie. Il procuratore le raccomanda di servirsi di battelli che abbiano le valvole di sicurezza Evans. E, mentre il procuratore parla con la signora Dickens, lo scrittore si avvicina per chiedere maggiori informazioni sulle valvole di sicurezza.

Il 1° aprile Dickens si imbarca sul battello a vapore Messenger. La descrizione del paesaggio lungo il fiume Ohio fatta dallo scrittore - miglia e miglia di solitudine ininterrotta senza segni di vita umana, solo orrendi scheletri di alberi - è contestata da parecchie persone, che hanno insinuato che la bruma, spesso presente sul fiume, abbia impedito a Dickens di vedere i cinquanta punti d’approdo presenti fra Pittsburgh e Cincinnati, vicini a paesi in pieno sviluppo, le immense distese coltivate, le ripide colline boscose alternate alle splendide vallate ricoperte di querce e le isole di insuperabile bellezza.
La mattina di sabato 9 aprile Dickens giunge alla città del Cairo, descritta come immersa in un orribile e detestabile pantano. I giornali locali controbattono sottolineando come la crescita lenta di questa città sia da ascrivere in grande misura alla politica illiberale della English Company, che aveva acquistato tutta la terra e tentato di stabilire un monopolio sul suolo, trasformando i coloni in semplici affittuari.
Da Cincinnati, dove arriva martedì 19 aprile, lo scrittore riparte in direzione nord.
Ecco quello che il segretario di Dickens, il signor George Washington Putnam, ha scritto nel suo giornale di viaggio dal titolo “Quattro mesi con Charles Dickens”: “Abbiamo viaggiato tutta la notte ed è stato un viaggio orribile. La signora Dickens sedeva in fondoalla carrozza e un uomo ben vestito, seduto al centro, per tutta la notte ha emesso fiotti disputi di tabacco che, a causa del movimento della carrozza, ricadevano su di noi come una doccia. Ho cercato di riparare la signora Dickens come meglio potevo. A Columbus abbiamo affittato una carrozza solo per noi e la compagnia ha mandato un agente ad accompagnarci. La parte settentrionale dell’Ohio era a quel tempo quasi un’unica, grande foresta e la sistemazione per i viaggiatori era molto povera. Nelle capanne di tronchi d’albero lungo la strada, che fungevano da ristoro, si trovava solo un po’ di pane di mais e di pancetta affumicata. Noi avevamo un paniere pieno di provviste preparato da un locandiere prima della partenza. Il viaggio è andato bene per molte miglia, la strada era abbastanza buona. Ogni dodici miglia circa, il conducente suonava il corno per avvertire la vicina stazione di posta di tenere pronti i cavalli di ricambio. All’ora di pranzo, ci siamo fermati in un angolo del bosco, non lontano da una capanna di tronchi d’albero dove mi sono fatto dare una caraffa d’acqua e abbiamo steso la tovaglia sull’erba. Il conducente e il suo amico avevano già mangiato, ma prima di iniziare il pasto Dickens ha ammucchiato una grande quantità di arance, mele, noci e uva passa, che costituiva il nostro dessert, vi ha aggiunto del vino e mi ha chiesto di portare tutto al conducente e al suo compagno. Questo piccolo aneddoto è esemplare di come egli si sia sempre ricordato degli altri. Da qui in avanti, ci attendevano 12 miglia di strada di tronchi, piena di buche e mai più riparata. Quando i sobbalzi sono aumentati, Dickens ha legato due fazzoletti ai montanti delle porte e la signora Dickens ne ha afferrate le estremità dopo averle avvolte intorno ai polsi. Questo espediente l’ha aiutata a sopportare meglio la tortura delle assi sconnesse.
Quando scorgevamo una buca particolarmente grossa uno di noi urlava: “Corduroy!” e tutti si preparavano al colpo, ma le buche erano talmente frequenti che ruzzolavamo continuamente l’uno sull’altro sul fondo della carrozza.
La notte, i lampi di un forte temporale ci permettevano di seguire le sinuosità della strada nella foresta. Il conducente ha detto che
avremmo aggiunto Upper Sandusky un po’ prima di mezzanotte e che vi avremmo passato la notte. Era una gran bella notizia, dato che eravamo veramente esausti. Non vedevamo l’ora di consumare la cena e di avere qualche ora di sonno dentro a letti puliti. La taverna era un edificio di tronchi, lungo e basso e la cena era a base di pancetta affumicata, pane, burro e tè. Dickens e la sua signora avevano una stanza a piano terra, nella quale sono stati portati tutti i bagagli, inclusi i cappotti e gli scialli. La porta non aveva il chiavistello e i bauli impilati contro di essa servivano a bloccarla.”

Il locandiere accompagna il segretario nel sottotetto, facendo luce con una candela di sego lungo le scale esterne. Uno dei due letti è occupato da un uomo che russa sonoramente, l’altro brulica di cimici ed è impossibile dormire. “Dopo aver tentato per qualche tempo di sopportare il tormento, mi sono vestito, ho disceso le scale e sono uscito all’esterno. – scrive il segretario - Era aprile e l’aria notturna era fredda pungente. I cappotti erano tutti nella stanza della signora Dickens e non era il caso di svegliarla allarmandola.
Così sono salito sulla carrozza, ma era freddo anche lì, seppure non come fuori. Ho passato la notte tentando inutilmente di addormentarmi sui freddi sedili di cuoio. Quando ha cominciato ad albeggiare, ho imitato a voce alta il canto del gallo, sperando che il vecchio negro che faceva i lavori di casa credesse che fosse mattina e si alzasse ad accendere il fuoco. Ma il trucco non ha avuto successo, anche se l’imitazione era fatta molto bene. Più tardi, nella capanna ho incontrato la signora Dickens con una faccia afflitta, che si stava strofinando i polsi e le mani, mentre andava verso la bacinella di latta vicino alla porta. “Oh, signor P., sono stata quasi divorata dalle cimici!” Quando le ho raccontato la mia esperienza, ho riscosso tutta la sua simpatia e suscitato il suo riso. Ha chiamato il marito e l’ho riferita anche a lui. Quando eravamo già sulla carrozza, pronti a ripartire, il locandiere è venuto a reclamare perché il mio conto non era stato pagato. Gli ho detto che, dato che avevo dormito nella carrozza, non ritenevo di dover pagare alcun conto. Ma il locandiere non era d’accordo e ha sollecitato il pagamento, che ha ricevuto con espressione burbera. La corsa in carrozza è terminata a Tiffin, in Ohio, una piccola cittadina dove siamo giunti verso mezzogiorno e da cui c’era la ferrovia fino alla città di Sandusky sul lago Erie. Quando il prorietario dell’hotel è venuto a sapere chi erano i suoi ospiti, ha fatto del suo meglio per accontentarli e ha diffuso in città la notizia che il signore e la signora Dickens erano nel suo hotel. Poi ha fatto arrivare un tipo di carro molleggiato con dei sedili posti molto in alto sui quali ha fatto accomodare gli ospiti. Il conducente aveva ricevuto istruzioni di percorrere adagio tutte le strade principali del paese prima di arrivare alla stazione ferroviaria. Hanno impiegato molto tempo e la gente aspettava a gruppi agli angoli delle strade, alle finestre e davanti alle porte delle case. Se in quell’occasione gli abitanti di Tiffin in Ohio non sono riusciti a vedere Boz e sua moglie non era certamente per
colpa del proprietario o del conducente della carrozza.

La sera, in treno – il passaggio dalle carrozze e dalle strade di tronchi a questo mezzo di trasporto era molto piacevole – abbiamo raggiunto Sandusky City e il giorno dopo ci siamo imbarcati per Buffalo su di un battello lacustre. Da Buffalo alle cascate del Niagara, sulle quali Dickens era stato ripetutamente avvisato di non avere aspettative esagerate per non restare poi deluso dallo scenario reale, il tragitto era breve. Il nostro viaggio, durato sei mesi, era terminato.”



(Dal testo)

Boston

Forse la descrizione che Dickens fa di Boston e della sua popolazione è, almeno in parte attuale...

"...Quella domenica mattina l’aria era così limpida, le case così allegre e luminose, i colori delle insegne così sgargianti, le iscrizioni così brillantemente dorate, i mattoni così rossi, le pietre così bianche, le persiane e i recinti così verdi, le maniglie e le targhe delle porte così scintillanti e l’apparenza di ogni cosa così aerea e immateriale, che ogni punto della città avrebbe potuto essere scambiato per il fondale di una pantomima. E’ raro che nelle strade commerciali i negozianti – se posso permettermi di chiamarli così in un paese dove sono tutti mercanti – abitino sopra la propria bottega, così una sola casa ospita spesso molti mestieri e la facciata è coperta di insegne e di scritte dall’alto in basso. Mentre camminavo, non smettevo di gettare uno sguardo alle scritte, aspettando fiducioso di vederne qualcuna trasformarsi. Non potevo impedirmi di cercare Buffone e Pantalone a ogni angolo di strada, perché non avevo dubbi che essi si nascondessero in un ingresso o dietro a una vicina colonna. Quanto ad Arlecchino e a Colombina, che nelle pantomime vengono sempre mostrati nell’atto di cercar casa 12), ho scoperto immediatamente dove abitavano: in una piccola bottega di orologiaio accanto all’hotel, la cui facciata piena di simboli e di meccanismi aveva anche un grosso quadrante attraverso cui si passava.  
   I quartieri periferici avevano, se possibile, un aspetto ancora più immateriale del centro. Le case di legno, sparpagliate in ogni direzione e apparentemente prive di fondamenta, erano talmente bianche da far strizzare gli occhi. Le chiesette e le cappelle erano talmente linde, allegre e ben verniciate da farmi pensare ai giochi di costruzioni dei bambini, da smontare e riporre in una scatola.
   Credo che nessuno straniero possa restare insensibile alla bellezza di questa città. La maggior parte delle case sono ampie ed eleganti, i negozi sono eccellenti, gli edifici pubblici armoniosi. Il Palazzo del Governo è costruito in cima a una collina posta in riva all’acqua, che ha un pendio prima dolce poi ripido. Di fronte c’è uno spazio verde chiamato Common. Il posto è incantevole e offre uno splendido panorama sulla città e sui suoi dintorni. Oltre a vari uffici spaziosi, il palazzo ospita due bei saloni: in uno si tengono le assemblee della Camera dei Rappresentanti, nell’altro quelle dei Senatori. Ho constatato che i dibattiti che vi si svolgono hanno una tale solennità e un tale decoro da ispirare attenzione e rispetto.
  La raffinatezza intellettuale e la superiorità di Boston sono senza dubbio dovute all’influenza discreta esercitata dall’università di Cambridge, distante tre o quattro miglia. I suoi professori, eruditi e competenti in diverse discipline – non vi sono eccezioni a questa regola – sarebbero una provvidenza e un onore per qualunque società del mondo civile. L’élite colta di Boston e dintorni – e aggiungo, senza tema di sbagliarmi, la grande maggioranza di chi esercita una professione liberale – si è formata in questa scuola. Le università americane hanno forse dei difetti, ma non diffondono pregiudizi, non allevano bigotti, non smuovono le ceneri di vecchie superstizioni, non frappongono ostacoli alla realizzazione dell’individuo, non escludono alcuno per le sue convinzioni religiose e, soprattutto, non trascurano il vasto mondo che si estende al di là delle loro mura.
  Per me era una fonte di piacere ineffabile osservare l’influenza quasi impercettibile, ma reale, di questa istituzione sulla piccola comunità di Boston e notare i desideri e le inclinazioni umanitarie a cui essa ha dato origine, le amicizie affettuose che ha suscitato, le vanità e i pregiudizi che ha dissipato. Il vitello d’oro adorato a Boston è un pigmeo a confronto dei colossi eretti in altre parti di questo vasto ufficio di contabilità situato sull’altra sponda dell’Atlantico. Il dollaro onnipotente, sperduto in un grande Panteon di dèi migliori, è ridotto a dimensioni più modeste.
  Ho la sincera convinzione che la saggezza, la benevolenza, l’umanità presenti in questa capitale del Massachussets abbiano creato istituzioni pubbliche e di carità pressoché perfette. In tutta la vita non avevo mai provato una emozione come quella procuratami dalla visita a questi istituti, dove, pur nella penuria e afflizione, ho contemplato la felicità..."



Ma sentite quello che dice di Broadway

New York

"…Attraversiamo qui, facendo attenzione ai maiali. Due scrofe corpulente seguono una vettura al piccolo trotto, mentre una formazione di una mezza dozzina di porcellini perbene ha appena svoltato l'angolo.
   Un suino solitario torna tranquillamente a casa. Ha un orecchio solo, l'altro l'ha abbandonato ai cani randagi in una delle sue escursioni in città, ma non ne sente la mancanza. Conduce un'esistenza errante da gentiluomo, che in qualche modo somiglia a quella dei frequentatori dei club di casa nostra. Egli lascia il suo quartiere tutte le mattine a una certa ora e si inoltra nella città, passando la giornata in modo soddisfacente. Ricompare sulla soglia di casa la sera, come il misterioso padrone di Gil Blas 24). E' disinvolto e spensierato e ha un'ampia cerchia di relazioni fra i suoi simili dallo stesso carattere, che conosce soprattutto di vista, dato che raramente si prende la briga di fermarsi a scambiare un saluto con loro. Preferisce costeggiare il canale di scolo grugnendo e tirando su con il muso le notizie e i pettegolezzi provenienti dalla città sotto forma di torsoli di cavolo e di rifiuti. Come compagnia, ammette solo la propria coda, un mozzicone lasciatogli dai cani, suoi vecchi nemici. E' in tutto e per tutto un porco repubblicano, che va dove ha voglia di andare e si mescola con la migliore società su di un piede di parità, se non di superiorità, tanto è vero che tutti gli cedono il passo appena compare e i più alteri gli lasciano la parte interna del marciapiede, se è questo il suo desiderio. E' un grande filosofo e raramente si emoziona, salvo che alla vista dei cani. A volte gli luccicano gli occhi davanti alla carcassa di un amico appesa alla porta di una macelleria, ma poi grugnisce pensando: "Così è la vita, tutta la carne è porco!" e si avvia dondolando lungo il rigagnolo con il muso nel fango, consolandosi all'idea che quello è pur sempre un grugno di meno alla ricerca di torsoli di cavolo. Questi maiali dal dorso bruno e magro come il coperchio delle vecchie valigie di crine, pieno di macchie scure, dall'aspetto malsano, dalle zampe lunghe e macilente e dal grugno così aguzzo che, supponendo di poterne persuadere uno a farsi fare uno schizzo di profilo, sarebbe impossibile riconoscervi un porco, sono i netturbini municipali. Nessuno se ne prende cura, nessuno li nutre, li guida o li cattura. Sono abbandonati a se stessi sin dalla più tenera età e quindi diventano straordinariamente furbi. Conoscono il proprio ambiente meglio di chiunque altro e, quando viene la sera, li si vede rientrare a dozzine, mentre mangiano fino all'ultimo momento. Capita che un individuo giovane, reduce da una grande abbuffata o tormentato dai cani, torni trotterellando timorosamente, come un figliol prodigo, ma non è una cosa comune. I loro attributi principali sono un perfetto autocontrollo, la fiducia in se stessi e un incrollabile sangue freddo…"

Le cascate del Niagara

   "Alle otto di sera siamo giunti alla città di Erie, dove abbiamo sostato per un'ora, prima di proseguire per Buffalo, dove siamo arrivati fra le cinque e le sei del mattino e dove abbiamo fatto colazione. Ormai le cascate erano troppo vicine per attendere  ancora e alle nove siamo saliti sul treno con destinazione Niagara.
   Era una giornata triste e fredda, con una nebbiolina che rendeva umida l'aria. Gli alberi di quella contrada settentrionale erano lugubri e spogli. Ogni volta che il treno si fermava, io tendevo l'orecchio in attesa di un rombo sordo e scrutavo l'orizzonte dalla parte del fiume dove sapevo che dovevano esserci le cascate. Mi aspettavo a ogni istante di vederne gli spruzzi. Qualche minuto prima dell'arrivo ho visto due grandi nubi bianche salire lentamente e maestosamente dalle profondità della terra. Nient'altro. Soltanto quando siamo scesi ho percepito, per la prima volta, il movimento possente delle acque e ho sentito il suolo tremare sotto i piedi.
   La riva scoscesa del fiume era resa scivolosa dalla pioggia e dal ghiaccio, che cominciava a fondere. Non so in che modo sono sceso, ma ben presto mi sono ritrovato in basso, assordato dal rombo e quasi accecato dagli spruzzi, bagnato fino alle ossa. Mentre scalavo le rocce, mi hanno raggiunto due ufficiali inglesi, che venivano dall'altra riva. Ci trovavamo ai piedi della cascata dal lato americano. Vedevo un enorme torrente d'acqua gettarsi nell'abisso, ma non avevo nozione della sua forma o posizione, solo un vago senso di immensità.
   Ho cominciato a farmi un'idea delle sue dimensioni solo quando abbiamo attraversato il fiume ingrossato a bordo di un piccolo traghetto, a monte delle due cateratte. Ero come attonito, incapace di abbracciare l'immensità del paesaggio. Ho dovuto aspettare di mettere piede sulla roccia chiamata Table Rock perché la caduta d'acqua di un verde intenso mi apparisse - Signore Iddio!- in tutta la sua potenza e maestà.
   Quando ho sentito quanto mi trovassi vicino al Creatore, il primo effetto vivo - immediato e duraturo allo stesso tempo - di quel formidabile spettacolo è stato un sentimento di pace. Serenità, quiete, tranquillo ricordo degli scomparsi, meditazione sul riposo eterno e sulla felicità: niente che si apparentasse alla tristezza o alla paura. Il Niagara ha impresso nel mio cuore un'immagine di bellezza, che resterà immutabile e indelebile fino a quando i suoi battiti saranno cessati per sempre.
   Nel corso dei dieci giorni memorabili che abbiamo passato in questo
luogo incantevole, le vicissitudini della vita quotidiana si sono dileguate dal mio spirito e sono sfumate in lontananza. Quante voci mi hanno parlato nel fragore delle acque, quanti visi ormai scomparsi mi hanno guardato nello scintillio delle loro profondità, quante promessa celestiale splendeva in quelle lacrime angeliche, goccioline iridate che ricadevano sotto forma di pioggia e che si combinavano in splendidi arcobaleni cangianti!
   In tutto quel tempo non ho mai abbandonato la costa canadese, dove mi ero recato sin dall'inizio. Non ho attraversato il fiume, perché sapevo che sull'altra sponda c'erano delle persone e in luoghi simili non si cerca di avere rapporti con estranei. Per essere felice mi bastava vagare tutto il giorno, per abbracciare le cascate da tutti i punti possibili; fermarmi ai bordi della grande cascata Horse-Shoe, dove la massa d'acqua accelerava avvicinandosi al dirupo per arrestarsi un attimo prima di gettarsi nell'abisso; scendere al livello del fiume per vedere dal basso l'abbattersi della cataratta; arrampicarmi sulle alture circostanti e contemplarla attraverso gli alberi; vedere il corso d'acqua ribollire nelle rapide e lanciarsi verso il suo spaventoso tuffo; attardarmi all'ombra delle rocce ieratiche, tre miglia più a valle; osservare il fiume che, rimescolato da una causa invisibile, si sollevava, turbinava e risvegliava mille eco sotto la superficie, lontano dal suo salto da gigante. Avere il Niagara davanti a me, illuminato dal sole e dalla luna, rosso al finire del giorno e grigio quando la sera scendeva su di esso lentamente; averlo ogni giorno davanti agli occhi come paesaggio e svegliarmi la notte al suono della sua voce incessante e dirmi che queste acque avrebbero continuato a scorrere, precipitare, rombare e inabissarsi in tutte le stagioni e che le stesse iridescenze dell'arcobaleno avrebbero continuato a ricoprirle cento piedi più in basso. Quando il sole vi si posava sopra, esse brillavano come oro colato. Quando il cielo era coperto, le si sarebbe credute una valanga di neve o una grande collina di gesso in atto di franare o ancora una spessa fumata bianca che ricoprisse la roccia.
   Il torrente sembrava perennemente morire precipitando nel vuoto e sempre, dalla sua profondità insondabile, risorgeva quel tremendo fantasma di nebbia spumosa che non si posava mai, che ha oppresso questo posto con la stessa terribile solennità da quando l'Oscurità incombeva sull'abisso e alla parola di Dio irruppe nel Creato la Luce, la prima inondazione prima del Diluvio."

                                                           


 
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